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MARCO DEZZI BARDESCHI: ARCHEOLOGIA & PROGETTI

marco dezzi bardeschi-archeologia-progetti

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Marco Dezzi Bardeschi, si è laureato in ingegneria edile nel 1957 a Bologna con Giovanni Michelucci (progettando una scuola materna a Sorgane) e in architettura nel 1962 a Firenze con Piero Sanpaolesi (con una tesi sul restauro del complesso di San Pancrazio a Firenze e sull’opera dell’Alberti).

Ha acquisito esperienza, prima, presso l’Istituto di Restauro dei Monumenti (1960-1975), e poi, dal 1976 presso la Facoltà di Architettura di Milano (Politecnico/Bovisa) della quale è ora decano come ordinario di Restauro architettonico.

La partecipazione all’avanguardia architettonica nei primi anni sessanta

All’inizio degli anni sessanta partecipa attivamente all’attività dell’avanguardia architettonica. In questo periodo progetta la casa di Poggio Gherardo (Firenze) del 1963, progetto che lo porta fra gli esponenti della corrente Neobarocca, assieme a Paolo Portoghesi. Gli elementi caratterizzanti quest’opera sono:

  • rottura della scatola stereometrica che certa architettura razionalista aveva ripreso dall’eclettismo ottocentesco
  • mancanza di un punto di vista preferenziale dell’edificio (concetto ripreso dall’architettura barocca)
  • deformazione delle pareti e formazione di cortine curvilinee con l’intento di raccordare in maniera fluida gli spazi esterni agli interni
  • dialogo con il passato
  • studio del dettaglio costruttivo, teso alla integrazione di tecniche costruttive povere antiche e moderne[2]

L’attività come soprintendente

Dal 1964 al 1965 è per breve tempo funzionario della Soprintendenza ai monumenti ad Arezzo. In questo periodo progetta la contestata[senza fonte] nuova organizzazione delpresbiterio della Basilica di San Francesco ad Arezzo. Il nuovo presbiterio inserisce ed integra, secondo l’approccio operativo del Restauro critico di Roberto Pane, un’architettura dichiaratamente contemporanea nel contesto storicizzato della chiesa, sacrificando il preesistente altare neo-medievale realizzato nel 1931. L’altare è rimosso poco tempo dopo la realizzazione.

Il primo periodo accademico (Firenze)

Piazza San Jacopino (Firenze)

A seguito dell’assunzione come assistente di ruolo all’Università di Firenze, abbandona la soprintendenza per dedicarsi alla carriera accademica e professionale. Nella stessa università diventa nel 1968 professore incaricato di Caratteri stilistici e costruttivi dei monumenti e nel 1970 di storia dell’architettura.

Alla fine degli anni sessanta appartengono le monografie sulla Cattedrale di Burgos (Burgos, Spagna, 1968), su Francesco di Giorgio Martini[3] e Frank Lloyd Wright (1970), nonché un’attività pubblicistica sviluppata specialmente nei settori della cronaca, della storia e del restauro dell’architettura, con particolare attenzione all’analisi del dialogo tra architettura antica e moderna.[senza fonte]

In questo periodo entra in contatto con un nuovo metodo storiografico (nouvelle histoire): quello inaugurato da Marc Bloch e Lucien Febvre, poi sfociato nella cosiddetta École des Annales.

Il secondo periodo accademico (Milano)

Nel 1976, divenuto professore ordinario di Restauro dei monumenti, si trasferisce alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, dove nel 1980 fonda il Dipartimento per la Conservazione delle risorse architettoniche e ambientali che dirige fino al 1985 e dal 1983 al 1985 è coordinatore del Dottorato di Ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici con sede presso il Politecnico di Milano. Dal 1998 al 2002 ha fatto parte del senato del Politecnico di Milano a rappresentare le aree disciplinari della Progettazione architettonica e della Conservazione.

Nel corso degli anni successivi partecipa come docente alla Scuola di specializzazione in Restauro dei monumenti e a numerosi corsi di dottorato, e dirige il master universitario di secondo livello “Conservazione del costruito-tecniche specialistiche dal progetto di conoscenza alla gestione del cantiere” (20042006).

Nel 1993 fonda la rivista quadrimestrale ANANKE, che tuttora dirige.

Il motto che sintetizza il suo atteggiamento nell’intervento sul costruito è «Aggiungere semmai, non sottrarre risorse al contesto»[4]. La sua attività a favore dell’inserimento dell’architettura moderna nei contesti storici lo ha però portato spesso a scontrarsi con le soprintendenze e con parte dell’opinione pubblica (ha acceso polemiche con Vittorio Sgarbi).

— Claudio Zarotti

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